Stelle, strisce e musica a Pyongyang

11 dicembre 2007

bandiera

Dunque la New York Phi­lhar­mo­nic terrà un con­certo a Pyon­gyang. Dopo lun­ghe trat­ta­tive, la diri­genza dell’orchestra ha reso uffi­ciale che il governo coreano ha accet­tato tutte le con­di­zioni; la data dovrebbe essere il 26 feb­braio 2008. Zarin Mehta, il pre­si­dente dell’orchestra, non ha voluto rive­lare molti par­ti­co­lari ai gior­na­li­sti, riman­dando alla con­fe­renza stampa uffi­ciale; però ha spie­gato quali fos­sero le prin­ci­pali con­di­zioni poste dall’orchestra al governo coreano: alcune sono com­pren­si­bili, altre enco­mia­bili, ma una, in par­ti­co­lare, lascia interdetti.

La prima e più ovvia delle con­di­zioni è quella che riguarda la sicu­rezza degli orche­strali, e in par­ti­co­lare di quelli di ori­gine coreana. E qui siamo d’accordo. Altre con­di­zioni riguar­dano aspetti vicini al diritto d’informazione: la pre­senza di gior­na­li­sti locali e stra­nieri, e la tra­smis­sione in diretta del con­certo sulle emit­tenti nazio­nali, per evi­tare di far diven­tare la serata una pas­se­rella per il regime. Enco­mia­bile. Altre con­di­zioni riguar­da­vano gli aspetti pra­tici e orga­niz­za­tivi: l’impegno a miglio­rare l’acustica della sala (l’East Pyon­gyang Grand Thea­ter), la deli­ca­tis­sima que­stione del tra­sporto degli stru­menti e così via. Ma la richie­sta che spicca è quella che riguarda la pos­si­bi­lità, da parte dell’orchestra, di aprire il con­certo con l’inno nazio­nale ame­ri­cano, “The Star-Spangled Banner”.

Che il con­certo sia una que­stione più diplo­ma­tica che arti­stica è sicuro. Come infor­mano tutti i gior­nali ame­ri­cani, la trat­ta­tiva è stata seguita con inte­resse dal Dipar­ti­mento di Stato, e com­men­tata molto posi­ti­va­mente alla luce delle recenti aper­ture di Bush nei con­fronti del governo di Kim-Jong-il (finora inchio­dato sal­da­mente all’asse del male). I para­goni si spre­cano: i con­certi della Boston Sym­phony in Unione Sovie­tica nel 1956, seguiti nel ’59 da quelli della stessa NYP, diretta da Bern­stein. O nel 1973, subito dopo la visita di Nixon in Cina, i con­certi a Pechino della Phi­la­del­phia Orche­stra. La capa­cità della musica di var­care le fron­tiere e di abbat­tere le bar­riere fra i popoli è uno dei luo­ghi comuni più ricor­renti nel jet-set musi­cale mon­diale. Non certo falso, come tutti i luo­ghi comuni; solo, diciamo così, facil­mente incline all’ipocrisia.

Bern­stein era ben con­scio del por­tato poli­tico di un con­certo di una delle grandi orche­stre ame­ri­cane nel cuore della dit­ta­tura sovie­tica; sicu­ra­mente nella NYP c’erano più rifu­giati russi (o loro affini) di quanti ce ne siano oggi di coreani. Par­lava di Šosta­ko­vič nelle con­fe­renze stampa, lo ese­guiva, inse­riva l’opera di un com­po­si­tore ame­ri­cano in ogni con­certo. Era uno scam­bio, un segnale, bello e impor­tante. I con­certi si apri­vano con l’orchestra che into­nava l’inno sovie­tico; il pub­blico si alzava in piedi, e ci rima­neva durante l’inno ame­ri­cano. Uno scam­bio, appunto. Furono molti i com­men­ta­tori che, anche allora, par­la­rono di soste­gno alla dit­ta­tura, di legit­ti­ma­zione ecce­tera. Eppure non furono neces­sari par­ti­co­lari sovrat­toni patriottici.

Oggi la con­di­zione di aprire il con­certo con “The Star-Spangled Ban­ner” sem­bra quasi uno schiaffo. Per­ché que­sta richie­sta, se dav­vero si ritiene che la musica abbia la forza di supe­rare i con­flitti e le lace­ra­zioni della poli­tica. Ma dav­vero, poi, lo si ritiene?

AGGIUNTA DELMARZO 2008

In realtà Maa­zel ha diretto “The Star-Spangled Ban­ner” dopo l’inno nor­d­co­reano. In com­penso il pro­gramma scelto per la serata aveva un aspetto curio­sa­mente ele­men­tare nella sua pro­gram­ma­ti­cità, con la Sin­fo­nia “dal Nuovo Mondo” di Dvo­rák e Un ame­ri­cano a Parigi di Ger­sh­win. Un buon reso­conto del con­certo, con le sue luci e le sue ombre, può essere letto in que­sto arti­colo dell’Economist.

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