Il trombonista e il miliardario

21 dicembre 2008

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Un altro caso che fa riflet­tere sul diritto di cri­tica, e sulle regole con­nesse. Molti ricor­de­ranno il nome di Gil­bert Kaplan, l’ex gior­na­li­sta e pro­di­gio di Wall Street, che dopo aver fon­dato un gior­nale finan­zia­rio nel 1965 e averlo diretto per molti anni, riu­scì a ven­derlo nel 1990 per 72 milioni di dol­lari, dedi­can­dosi poi quasi a tempo pieno allo stu­dio e alla dire­zione di un’unica com­po­si­zione, la Seconda Sin­fo­nia di Gustav Mahler. Il ritratto migliore l’ha fatto nel novem­bre scorso l’Eco­no­mist. Kaplan aveva sen­tito per la prima volta nel 1965 la sin­fo­nia diretta da Sto­ko­w­ski e ne era rima­sto let­te­ral­mente ful­mi­nato; all’epoca non sapeva nep­pure leg­gere la musica, ma era già una per­so­na­lità rile­vante della finanza mon­diale. Negli anni la sin­fo­nia “Resur­re­zione” divenne per lui quasi un’ossessione: passa mesi tra lezioni pri­vate di musica e di dire­zione da musi­ci­sti come Bern­stein, Solti e Sla­t­kin per venirne a capo; nel 1982 affitta il Lin­coln Cen­ter, paga un’intera orche­stra (la Ame­ri­can Sym­phony Orche­stra) e dirige per la prima volta la sin­fo­nia dei suoi sogni davanti a un pub­blico di eco­no­mi­sti giunti a New York per un impor­tante con­ve­gno. Fin qui nulla di troppo strano; di facol­tosi dilet­tanti è piena la sto­ria, e Kaplan non è stato né il primo né l’ultimo a togliersi uno sfi­zio gigante come quello di diri­gere un’orchestra pagan­dola. Ma la vicenda di que­sto strano e a modo suo geniale per­so­nag­gio è andata ben oltre. Oggi non solo ha diretto più di 50 orche­stre, fra cui tutte le migliori del mondo – Scala com­presa, nel 1992 – ma ha inciso la Seconda di Mahler ben due volte, la prima con la Lon­don Sym­phony, la seconda per la Deu­tsche Gra­mo­phon con i Wie­ner Phi­lhar­mo­ni­ker. E, come se non bastasse, il primo dei due dischi, inciso nel 1985 per la Coni­fer, ha ven­duto più di 180mila copie, supe­rando di gran lunga qual­siasi altro diret­tore, da Bern­stein ad Abbado.

Ma c’è di più. Nel 1992 com­pra da una biblio­teca olan­dese la par­ti­tura auto­grafa della sin­fo­nia, e la pub­blica in fac-simile. Col­le­ziona le decine di par­ti­ture a stampa con­te­nenti le anno­ta­zioni auto­grafe di Mahler, pub­blica una nuova edi­zione cri­tica inte­gran­done le infor­ma­zioni più rile­vanti, scrive nume­rosi saggi e arti­coli. Il mondo della musi­co­lo­gia è diviso, ma nes­suna voce cri­tica si fa sen­tire con par­ti­co­lare forza: Kaplan sem­bra essere per­sona troppo intel­li­gente e influente per atti­rare vere anti­pa­tie. Fino a qual­che giorno fa.

L’8 dicem­bre scorso, infatti, Kaplan dirige per la prima volta la “sua” sin­fo­nia con la New York Phi­lar­mo­nic; non è un’orchestra qua­lun­que: è l’orchestra che Mahler stesso, negli ultimi e dif­fi­ci­lis­simi anni di vita, accettò di diri­gere sta­bil­mente, lasciando Vienna. È anche l’orchestra/simbolo del grande Lenny, uno che di Mahler se ne inten­deva. Oltre tutto nella serata dell’8 si cele­brava il cen­te­na­rio del com­po­si­tore, e il con­certo rive­stiva per­tanto una rile­vanza tutta par­ti­co­lare. La serata andò come le pre­ce­denti: tutti sanno che il gesto di kaplan non è né ele­gante né comu­ni­ca­tivo, che le sue ese­cu­zioni non sono certo impec­ca­bili, che a volte stenta a man­te­nere il con­trollo della dif­fi­ci­lis­sima par­ti­tura, e via dicendo; ma qual­cosa nel lavoro di Kaplan attira il pub­blico e la cri­tica, e forse la pub­blica pro­ie­zione dell’idea di un sogno che si rea­lizza non è estra­nea alla que­stione; fatto sta che la sala è, come del resto in quasi tutti i con­certi di Kaplan, total­mente piena fino agli ultimi ordini di posti. Il New York Times manda un suo cri­tico, che scrive il pez­zetto d’ordinanza con qual­che fred­dezza e molte lodi. Tutto tran­quillo, apparentemente.

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Il 15 dicem­bre accade tut­ta­via l’imprevedibile. Uno stru­men­ti­sta dell’orchestra, il trom­bo­ni­sta David Fin­lay­son, apre un blog (Fin Notes) e scrive un post in cui mani­fe­sta tutto la sua indi­gna­zione per l’affronto subito dall’orchestra. Quello che scrive è quanto nes­sun cri­tico ha mai avuto la voglia o il corag­gio di scri­vere: Kaplan non sa diri­gere; è inca­pace di man­te­nere un tempo cor­retto, di dare una qual­siasi forma alle frasi, di rea­liz­zare le indi­ca­zioni dina­mi­che e di man­te­nere l’equilibrio sonoro; in nume­rosi pas­saggi solo la pro­fes­sio­na­lità dell’orchestra lo salva dal disa­stro; per­sino la sua tanto sban­die­rata cono­scenza enci­clo­pe­dica della par­ti­tura è una bufala; insomma, il diret­tore è un auten­tico ciar­la­tano, para­go­na­bile al per­so­nag­gio inter­pre­tato da Brad Pitt in Prova a pren­dermi (Catch me if You can).

Apriti cielo. La noti­zia viene ripresa con grande risalto dallo stesso New York Times che aveva man­dato il suo cri­tico bene­volo, e scop­pia il caso. L’opinione pub­blica, se ha ancora senso defi­nire così le molte rea­zioni che giun­gono ai siti dei gior­nali e ai blog, è divisa, così come del resto lo è anche la cri­tica. Alcuni sosten­gono che Fin­lay­son ha tutto il diritto di espri­mere quella che, a giu­di­care dall’articolo del NYT, è l’opinione con­di­visa da gran parte dei suoi col­le­ghi. Che lo sba­glio, caso mai, l’ha fatto il mana­ge­ment dell’orchestra, invi­tando una figura come Kaplan a diri­gere da un podio dell’importanza sto­rica e arti­stica della NY Phi­lhar­mo­nic. Altri sosten­gono invece che il com­por­ta­mento del trom­bo­ni­sta è ingiu­sti­fi­ca­bile, e che scri­vendo quello che ha scritto è venuto meno ai suoi doveri di fedeltà e discre­zione nei con­fronti dei col­le­ghi e dei suoi datori di lavoro. In molti invo­cano per­sino una puni­zione esem­plare, la sospen­sione o il licen­zia­mento. Tra le voci deci­sa­mente cri­ti­che nei con­fronti di Fin­lay­son si leva anche quella, sem­pre acuta e severa, di Nor­man Lebre­cht (che tut­ta­via non nasconde la sua vec­chia ami­ci­zia con Kaplan – e che pochi giorni prima aveva scritto una sorta di peana per l’avvenimento newyorkese).

finlaysonChi ha ragione? Fin­lay­son doveva tacere o aveva il diritto di scri­vere quello che ha scritto? Il fatto che a un facol­toso dilet­tante come Gil­bert Kaplan ven­gano con­cesse pos­si­bi­lità che a molti diret­tori ben più capaci di lui saranno sem­pre negate è uno scan­dalo o un fatto del tutto nor­male? È strano, ma dovendo dire la mia, io sce­glie­rei entrambe le rispo­ste. Fin­lay­son forse poteva (o meglio doveva) sce­gliere mezzi più orto­dossi per mani­fe­stare il suo disap­punto, che avrebbe dovuto col­pire per primo il sovrin­ten­dente dell’orchestra. Ma che la qua­lità effet­tiva degli inter­preti sia così spesso dimen­ti­cata da coloro che per mestiere dovreb­bero garan­tirla (o che dovreb­bero vigi­lare su di essa), a tutto van­tag­gio di aspetti eco­no­mici o di mar­ke­ting, è indub­bia­mente scan­da­loso, anche non rive­sten­dosi della palan­drana del mora­li­sta. Zarin Mehta, il sovrin­ten­dente dell’orchestra ha negato all’intervistatore del NY Times qual­siasi paga­mento da parte di Kaplan, ma tutti sanno benis­simo che le isti­tu­zioni musi­cali ame­ri­cane hanno un dan­nato biso­gno di denaro pri­vato, e il soste­gno di una figura come Kaplan non è certo qual­cosa da met­tere in secondo piano. Ciò non toglie che quel con­certo suo­nava vera­mente sto­nato. Dimen­ti­cavo: Kaplan diri­geva con la bac­chetta di Mahler: sua anche quella.

PS. Sta­mat­tina ho assi­stito a un pezzo del con­certo di Gio­vanni Allevi nella sala del Senato della Repub­blica Ita­liana. A parte i toni da cine­gior­nale Luce dei com­menti tele­vi­sivi, sono rima­sto molto impres­sio­nato da quel che vedevo e sen­tivo. Che cosa c’entra? Mah, è dif­fi­cile spie­gare, eppure c’entra…

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