Le vocali di Brünhilde

30 agosto 2009

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Certe volte ti chiedi come gli sia venuto in mente, agli scien­ziati, di occu­parsi di cose così. Non che siano inu­tili, anzi. Solo che le leggi e con­ti­nui a chie­derti come gli sia venuto in mente. Dun­que: un gruppo di fisici acu­stici della Uni­ver­sity of New South Wales con sede a Syd­ney, in Austra­lia, si è messo a stu­diare siste­ma­ti­ca­mente l’accoppiamento tra vocali e suoni in dieci opere liri­che, da Ros­sini a Wag­ner, cer­cando di capire quale sia stato il com­po­si­tore più attento al pro­blema della faci­lità di emis­sione dei suoni e della loro intel­li­gi­bi­lità. Li gui­dava il pro­fes­sor Joe Wolfe, wag­ne­riano di ferro a par­tire dal cognome. Ma andiamo con ordine.

La fatica del soprano

Tutto è comin­ciato da una serie di studi sugli organi fona­tori, e dalla rac­colta di alcune inte­res­santi infor­ma­zioni riguardo all’emissione della voce nel canto e nel par­lato. I primi risul­tati erano foca­liz­zati sulla voce di soprano, che incon­tra nell’intonazione dei pro­blemi del tutto pecu­liari rispetto agli altri regi­stri. Ci informa infatti Wolfe che gran parte delle infor­ma­zioni fone­ti­che, e in par­ti­co­lare quelle rela­tive alle vocali, sono con­cen­trate in suoni che vanno da 300 a 2000 Herz (Hz). Un basso che intona un sol basso emette un suono i cui armo­nici vibrano in fasce che si aggi­rano intorno ai 100, 200, 300 Hz (e via dicendo): que­sti armo­nici ren­dono intel­li­gi­bile l’informazione fone­tica neces­sa­ria a capire quale let­tera dell’alfabeto (e in par­ti­co­lare quale vocale) il can­tante sta in quel momento pro­nun­ciando. Nella tes­si­tura acuta del soprano, invece, gli armo­nici (che sono mul­ti­pli della fre­quenza di base) sono tal­mente distanti l’uno dall’altro che solo pochis­simi di essi cadono nel range utile, e l’informazione fone­tica si perde. È un fatto sem­pli­cis­simo da osser­vare ascol­tando una qual­siasi opera lirica: sopra una certa altezza è pra­ti­ca­mente impos­si­bile distin­guere quale vocale stia into­nando la can­tante; sem­pli­ce­mente, per otte­nere quelle fre­quenze, la can­tante (ma in misura diversa anche il can­tante) è costretto ad atteg­giare il suo organo vocale in modo da ren­der­gli impos­si­bile (o almeno fati­co­sis­sima) la pro­nun­cia di vocali che richie­dono un altra posi­zione – anche da que­sto nasce il vizio di alcuni can­tanti di modi­fi­care il testo per ren­derlo pià cor­ri­spon­dente alle esi­genze dell’intonazione.

Wag­ner e la voce

Ma il bello viene ora. Un giorno il pro­fes­sor Wolfe si fa male a una gamba ed è costretto a pas­sare un paio di mesi a riposo in casa. E lui fa quello che faremmo tutti, cerca di occu­pare util­mente il suo tempo e si mette ad ascol­tare musica. Ma a que­sto punto gli viene un’idea dia­bo­lica: prende gli spar­titi di una decina di opere e prova a capire quali sono i com­po­si­tori che ten­gono più in con­si­de­ra­zione que­sto pro­blema della voca­lità. Matita alla mano si segna ogni nota la cui altezza si accorda con l’impostazione adatta dell’organo vocale; nel farlo tra­la­scia ogni fio­ri­tura o meli­sma, in quanto non por­ta­tore di un infor­ma­zione seman­tica, e si con­cen­tra sulle sin­gole note a cui cor­ri­sponde una sin­gola sil­laba. In pra­tica, così facendo, sem­bre­rebbe voler met­tere alla prova uno dei con­cetti più sfug­genti del canto: quel modo di dire secondo il quale il tale com­po­si­tore ‘scrive bene’ e quell’altro ‘scrive male’ per le voci. L’obiettivo era quello di capire quale, tra i com­po­si­tori ana­liz­zati (Mozart, Ros­sini, Wag­ner e Strauss), fosse quello che con più fre­quenza uti­lizza sulle vocali le note che danno meno pro­blemi di emis­sione. Anche se il risul­tato della sua ricerca, pub­bli­cata (in col­la­bo­ra­zione con John Smith) sul “Jour­nal of the Acou­stic Society of Ame­rica” (ma sca­ri­ca­bile anche dal sito dell’Università) offre poche sor­prese agli appas­sio­nati di musica, vedere dimo­strate scien­ti­fi­ca­mente delle intui­zioni sto­ri­che for­ni­sce loro una nuova rilevanza.

Il com­po­si­tore che accop­pia con mag­giore fre­quenza le note alle rela­tive vocali ‘comode’, ren­dendo più facile tanto l’emissione quanto la com­pren­sione del testo è Richard Wag­ner; di un certo inte­resse è l’osservazione che il feno­meno si riscon­tra con cre­scente fre­quenza nel corso della sua vita crea­tiva, tanto che la Göt­ter­däm­me­rung con­tiene una fre­quenza assai più alta di ‘accop­pia­menti’ cor­retti del Sieg­fried, che a sua volta ne con­tiene piu del Tri­stan und Isolde e di Die Wal­küre. Non dovrebbe stu­pire per nulla che tale pre­oc­cu­pa­zione fosse invece del tutto assente in Mozart; lascia abba­stanza scon­cer­tati invece che tale atten­zione fosse molto poco pre­sente nello Strauss del Rosen­ka­va­lier, spe­cial­mente se si pone mente alla qua­lità del libretto e alle dif­fi­coltà del canto. D’altra parte, non solo Wag­ner si scri­veva i pro­pri libretti, ma le lun­ghis­sime tirate nar­ra­tive sareb­bero state impos­si­bili da sop­por­tare se il com­po­si­tore non avesse posto la mas­sima atten­zione all’intelligibilità del testo.

Che cosa vuol sire ‘scri­vere bene per la voce’

Dopo la pub­bli­ca­zione sulla rivi­sta acca­de­mica ame­ri­cana, la noti­zia della ricerca è rim­bal­zata su alcuni media di lin­gua inglese, che ne hanno rias­sunto le con­clu­sioni in maniera un po’ distorta, soste­nendo che final­mente è scien­ti­fi­ca­mente pro­vata la fal­sità dell’affermazione secondo cui l’opera di Wag­ner mette a dura prova tanto i can­tanti quanto la pazienza degli ascol­ta­tori. Come se fosse solo una que­stione di vocali ben piaz­zate e di intel­li­gi­bi­lità del testo. Accanto a que­sto, qual­cosa nella ricerca ha fatto sen­tire auto­riz­zati i gior­na­li­sti che ne par­la­vano a fare una strana affer­ma­zione, e cioè che la scrit­tura vocale di Wag­ner fosse in qual­che modo ‘migliore’ di quella degli altri com­po­si­tori ana­liz­zati. Natu­ral­mente non solo non è così, ma nes­suno dei curiosi e inte­res­santi dati della ricerca auto­rizza a pen­sarlo. Il pro­blema dell’intelligibilità del testo e della ten­sione richie­sta alla voce dei can­tanti è natu­ral­mente solo uno degli aspetti che costi­tui­scono la par­ti­co­lare scrit­tura vocale di un compositore.

Per fare un esem­pio, basta pen­sare a quanta musica ope­ri­stica ita­liana di fine Otto­cento, in par­ti­co­lare quella di stampo veri­stico, richiede una con­ti­nua insi­stenza del o della can­tante sulla deli­cata zona del cosid­detto ‘pas­sag­gio’ – l’intervallo di note in cui l’interprete modi­fica la posi­zione del pro­prio organo vocale al fine di cam­biare regi­stro. Si tratta di un gesto tec­nico piut­to­sto impe­gna­tivo per i can­tanti, e com­porta di con­se­guenza un aumento della ten­sione vocale; ciò tut­ta­via implica anche un aumento dell’intensità emo­tiva e del senso di ‘rischio’ che l’interprete comu­nica, cosa che alcuni com­po­si­tori di quel periodo sto­rico hanno saputo uti­liz­zare con sapienza per ren­dere par­ti­co­lari slanci dram­ma­tici. Sem­pli­fi­cando, si potrebbe piut­to­sto dire che la buona o cat­tiva scrit­tura vocale non con­si­sta nel rispetto di que­sta o quella regola, ma nell’economia che di ogni gesto tec­nico si fa ai fini espres­sivi. Nel senso che un’insistenza sul pas­sag­gio, per esem­pio, in un momento in cui non porta alcun van­tag­gio espres­sivo, sarebbe sem­pli­ce­mente una prova di negligenza.

Ma allora a cosa ser­vono que­ste ricer­che siste­ma­ti­che? A mio avviso è nell’aiuto che pos­sono por­tare alla com­pren­sione delle pecu­lia­rità di scrit­tura di un certo com­po­si­tore che tali ricer­che pos­sono dimo­strarsi utili, un po’ come gli studi sta­ti­stici sulla lin­gua degli scrit­tori che qual­che decen­nio fa anda­vano tanto di moda. Quello che invece la scienza a volte fatica a ricor­dare è che non esi­ste norma, in campo arti­stico, che non sia fina­liz­zata al per­se­gui­mento di un fine espres­sivo, e dun­que meri­te­vole di essere rove­sciata non appena tale fine viene modificato.

In ogni caso, ho letto da qual­che parte che il prof. Wolfe ci ha preso gusto, e che vuole esten­dere la ricerca a buona parte dei grandi ope­ri­sti dell’Ottocento. Vedremo.

La vignetta con Brü­n­hilde è opera del bra­vis­simo Nick Mil­ler, che assieme ad Anto­nella Caputo forma il Team Sput­nik; con­si­glio un’occhiata al loro diver­tente blog.

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