Metà della vita

8 settembre 2009 § 1 commento

Con gialle pere scende
E folta di rose selvatiche
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubriachi di baci
Tuffate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.

Ahimè, dove trovare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il raggio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stridono le bandiere.

Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.

Si può anche solo immaginare poesia più bella e profonda di Hälfte des Lebens, “Metà della vita”, di Friedrich Hölderlin? Credo di non esagerare se dico che si tratta di una delle più belle della letteratura europea. Quella prima strofa così sensuale, con una divisione che è un inno alla completezza: la superficie dell’acqua che separa il visibile dall’invisibile, e tutto che sembra volere trapassare, felicemente, da una parta all’altra; la terra con i suoi frutti dell’esperienza – le pere mature – e i suoi fiori selvatici – le rose –, i cigni che nuotando immergendo il collo, “ebbri di baci”, in un sacro, sensuale abbraccio. E l’altra metà, quella dell’inverno, fatta di elementi infertili e impenetrabili – i muri freddi e muti – di segnali privi di desiderio e volontà – le banderuole al vento. Com’è lontana la fiducia nel ciclico tornare delle stagioni che tanta parte della cultura occidentale aveva nutrito, dalla natura di Lucrezio ai meravigliosi mesi di Benedetto Antelami nel battistero del Duomo di Parma – e sul portale del Duomo di Fidenza e su quello di Cremona, e di chissà quante altre architetture romaniche – dai concerti delle Stagioni di Vivaldi a quelle di Haydn. Quello che viene piuttosto da chiedersi e se Wilhelm Müller, l’autore delle poesie che poi Schubert, con folgorante intuizione ha raccolto nella Winterreise, “Viaggio d’inverno”, conoscesse questa poesia. La raccolta di Müller era stata pubblicata sulla rivista “Urania” nel 1823. L’immagine della banderuola segnavento, ‘die Wetterfähne’, così lacerantemente trasfigurata da Schubert, sembrerebbe quasi una citazione letterale. Si potrebbe persino dire che in questi 14 versi sia prefigurato in breve l’intero ciclo schubertiano.

Quando Friedrich Hölderlin, nel 1826, seppe che le sue poesie erano state per la prima volta raccolte in un volume rimase alquanto colpito e addolorato: perché farlo a sua insaputa, perché non chiederlo a lui stesso? Aveva cinquantasei anni, esattamente quanti ne avevano Beethoven, Hegel e Wordsworth. Da venticinque era stato dichiarato insano di mente e viveva, accudito dalla famiglia del falegname Zimmer, in una casa di Tubinga dalla curiosa e arcaica architettura – la famosa “torre”. Abbastanza di frequente riceveva la visita di qualche gentiluomo di passaggio, curioso di vedere di persona il leggendario poeta pazzo: in genere li accoglieva con grande gentilezza, faceva loro ascoltare delle lunghe improvvisazioni al clavicembalo, conversava con stralunata intelligenza, li congedava con garbo. Continuava a scrivere poesie in uno stile limpido e rapsodico, così distante dalle sconfinate e criptiche odi, dagli inni della sua gioventù; normalmente le firmava con un cognome italiano, e con una formula vagamente cancelleresca le datava ad anni che andavano dal 1740 al 1940. Nel gennaio del 1843, pochi giorni prima di morire, scriverà l’ultima lirica, chiara e misteriosa al tempo stesso: Die Aussicht, “La veduta”; la firmerà con il più frequente dei suoi pseudonimi, “Scardanelli” preceduto dalla formula “Mit Unterhänigkeit”, “Con umiltà”. La data: “24 maggio 1748”. “Ist auch dabei des Sommers leer Gefilde, / Der Wald erscheint mit seinem dunklen Bilde” si legge nella prima delle due semplici – ma come sempre dolorosamente trattenute – quartine: “Il campo dell’estate si svuota di figure, / Appare il bosco con immagini oscure”.

Metà della vita era stata pubblicata molti anni prima, nel 1805, in un piccolo almanacco: Taschenubuch für das Jahr 1805, “Libriccino per l’anno 1805”. Spesso si legge, con malcelata commiserazione, che prima della raccolta del 1826 le poesie di Hölderlin erano ‘disperse’ su periodici di nessun valore; in realtà non solo quello degli ‘almanacchi’, piccoli libri dal formato simile ai nostri tascabili – un po’ ‘Reader’s Digest’, un po’ raccolta di poesie e un po’ Calendario di Frate Indovino – era un settore straordinariamente fiorente dell’industria editoriale sette-ottocentesca, ma gran parte della poesia dell’epoca conobbe grazie a queste disprezzate pubblicazioni una diffusione capillare nelle famiglie della borghesia europea. Il loro formato, il loro aspetto ‘intimo’ e personale colmava i bisogni di un mercato, soprattutto femminile, di nuova borghesia affamata di ‘sensibilità’ (la loro memoria si ritroverà in tante fragili figure femminili di Puškin, e conseguentemente in Čajkovskij). La loro circolazione e diffusione era sorprendente: gran parte della liederistica ottocentesca (e prima di tutto l’opera di Schubert, tuttora a torto criticata per la superficialità dei testi) deve il suo alimento letterario a questi ‘giornaletti’. Persino Giacomo Leopardi fissò nel 1832, in un dialogo indimenticabile e profondo delle Operette morali, il personaggio semplice e incolto del ‘venditore di almanacchi e lunari’. Quando nel 1803 Hölderlin scrisse all’editore Wilmans di Francoforte per annunciargli la composizione di un gruppo di nove poesie inedite, le definì Nachtgasänge, “Canti della notte”; Notturni dunque, così come gli Inni di Novalis, come tanto Chopin, come buona parte della letteratura di quegli anni. Intimità, riflessione, spedizioni isolate e rapsodiche su un terreno al limitare del sogno.

L’accoglienza fu disastrosa. La poesia di Hölderlin era sempre stata considerata (e non a torto) difficilissima. Ma il nuovo gruppo di composizioni, rispetto ai grandi lavori degli anni precedenti (come la meravigliosa Der Archipelagus, “L’arcipelago” – quasi trecento versi intrisi del movimento dell’onda, scritti da un uomo che, proprio come Schubert, ritrarrà il mare senza averlo mai visto coi propri occhi), rispetto agli intensi Inni, alle vastissime Odi ricolme di nostalgia per una perduta (e pur mai posseduta) classicità, sembravano quasi una provocazione. ‘Incomprensibili e presuntuose’ fu il giudizio quasi unanime, al di là delle diverse sfumature. E probabilmente proprio questo violento rifiuto contribuirà a farne la fortuna nel Novecento, tanto bisognoso di esempi preclari di scarti in avanti incompresi e geniali. Immagino che qualcuno abbia tentato una compilazione delle composizioni musicali basate su testi di Hölderlin; sono sicuro che nell’ipotetico istogramma l’incremento novecentesco sarebbe molto vistoso. Eppure, per chiudere questo fin troppo lungo post, che in fondo voleva solo condividere 14 indimenticabili versi, mi piace mostrare come la sua poesia sia entrata nel tessuto della modernità ben oltre le avanguardie. E vorrei farlo con altri splendidi versi, scritti da uno degli autori apparentemente meno avvicinabili a Hölderlin. È Attilio Bertolucci, poeta meraviglioso e coltissimo. La poesia si intitola I papaveri, ed è a mio avviso la più bella della raccolta Viaggio d’inverno (altra traccia sul sentiero) del 1971. A me la citazione pare esplicita nel profondo quanto nella lettera, anche se Bertolucci chiude la sua visione dell’inverno con una consolazione domestica, ingannevole come il sonno del papavero, ma in ogni caso pensiero impossibile per il genio desolato di Hölderlin. Si tratta di versi che, come quelli di Metà della vita, non lasciano più la memoria di chi li incontra.

Questo è un anno di papaveri, la nostra
terra ne traboccava poi che vi tornai
fra maggio e giugno, e m’inebriai
d’un vino così dolce, così fosco.

Dal gelso nuvoloso al grano all’erba
maturità era tutto, in un calore
conveniente, in un lento sopore
diffuso dentro l’universo verde.

A metà della vita ora vedevo
figli cresciuti allontanarsi soli
e perdersi oltre il carcere di voli
che la rondine stringe nello spento

bagliore d’una sera di tempesta,
e umanamente il dolore cedeva
alla luce che in casa s’accendeva
d’un’altra cena in un’aria più fresca

per grandine sfogatasi lontano.

La traduzione qui utilizzata è quella di Luigi Reitani, tratta dal “Meridiano” Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, Mondadori, Milano 2001. È l’edizione che preferisco, perché a differenza dell’altra più diffusa (Le liriche, 2 voll., a cura di Enzo Mandruzzato, Adelphi, Milano 1977–78; oggi disponibile in un unico volume economico), raggruppa le poesie pubblicate da H. nei diversi libretti in cui uscirono, e accoglie l’intero lascito in un’ampia sezione successiva. Segue inoltre la ‘rivoluzionaria (e per tanti versi: una storia che varrebbe la pena di raccontare) edizione critica ‘Francofortese’ di Sattler, appena completata – anche se intelligentemente modifica la disposizione dei testi. I papaveri di Bertolucci si può leggere nella raccolta completa Le poesie, Garzanti, Milano 1998 (o anche in questo caso nel ‘Meridiano’, che contiene anche lo straordinario romanzo in versi La camera da letto)

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