Gli aspri Capricci di Zehetmair

9 dicembre 2009

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Fra le molte cose di cui avrei voluto scri­vere in que­ste set­ti­mane di lon­ta­nanza da Fier­ra­bras, almeno le impres­sioni pro­ve­nienti dall’ascolto di un disco vor­rei non tra­la­sciarle. Si tratta dell’incisione dei 24 capricci per vio­lino solo di Nic­colò Paga­nini fatta da Tho­mas Zehet­mair per la ECM.

Di inci­sioni dei Capricci ne ho sen­tite tante, ma devo dire che que­sta è dav­vero par­ti­co­lare. Zehet­mair pos­siede una tec­nica che lascia senza fiato, ma non è que­sto ciò che più col­pi­sce. Il suo è un Paga­nini vio­lento, secco, più fan­ta­stico che ele­gante; i suoni sem­brano tutti incli­nare verso lo strap­pato, verso gesti di forza al tal­lone più che deli­cate volate alla punta dell’arco. Il suono è quasi sem­pre aspro di colo­fo­nia – la pece che tiene ade­renti i crini dell’archetto alla corda – e poco pro­penso a per­dersi nel can­ta­bile. Per inten­dersi, all’opposto della dia­bo­lica ele­ganza di Sal­va­tore Accardo o di Mintz.

Dove la cosa si fa più evi­dente è nei primi 12 Capricci, quelli a mio avviso più spe­ri­men­tali e arti­sti­ca­mente ricer­cati; all’ascolto ho sem­pre avuto il dub­bio che la seconda parte della rac­colta, fatta esclu­sione per il Tema con varia­zioni del Capric­cio 24, non appar­tenga alla stessa linea crea­tiva – la data­zione della rac­colta, pub­bli­cata nel 1820, è attri­buita a un lasso di tempo che va dal 1805 agl’anni 1817–18 – ma non ho mai tro­vato con­ferme al sospetto. Non sono né meno belli né più facili, ma la forma è diversa, più rego­lare nella con­trap­po­si­zione cantabile-presto e da capo del can­ta­bile. Così come nella pre­ce­dente inci­sione (Tel­dec), Zehet­mair fio­ri­sce e varia tutti i da capo, dimo­strando una grande capa­cità crea­tiva e mime­tica, nell’equilibrio tra rispetto del testo e inven­zione. Ma le modi­fi­che e le fio­ri­ture sono pre­senti anche nei primi 12, qua e là; mai una bat­tuta di più o di meno, ma più di una licenza ben nasco­sta – le aggiunte per esem­pio dei suoni armo­nici, crea­ti­va­mente pre­senti nei con­certi ma non inse­riti dall’autore nei Capricci.

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Un vir­tuo­si­smo diverso

Ciò che a mio avviso defi­ni­sce l’idea di vir­tuo­si­smo è la capa­cità com­bi­na­to­ria: l’abilità di allu­dere a diversi lin­guaggi, mostran­done le carat­te­ri­sti­che, fram­men­tan­doli, ripren­den­doli e mesco­lan­doli senza per­dere il filo. In Paga­nini il lin­guag­gio dell’opera ita­liana, sem­pre latente, si mescola con le tec­ni­che più evo­lute di una scuola dell’arco e della mano sini­stra che risale a Loca­telli e Cam­pa­gnoli, tra­sfi­gu­rata in modo per­so­na­lis­simo e pro­ba­bil­mente ini­mi­ta­bile – nep­pure il pre­di­letto Sivori dimo­strerà la stessa auto­no­mia e originalità.

Mi pare che l’interprete migliore, per la capa­cità di cogliere con ele­ganza que­sto tipo di vir­tuo­si­smo sia stato pro­prio Accardo. Chi lo ha visto almeno una volta cimen­tarsi nell’assurdo tour de force dell’esecuzione inte­grale dal vivo, si ricor­derà la sor­pren­dente faci­lità con cui anche nel corso della più com­plessa piro­tec­nia, sapeva cavare il pro­filo di un arco melo­dico can­ta­bile, con tutti i suoi accenti e le sue dina­mi­che. Ecco, Zehet­mair è lon­ta­nis­simo da tutto que­sto. Il suo vir­tuo­si­smo tende a sot­to­li­neare altri gesti lin­gui­stici: le aspe­rità armo­ni­che, l’impevedibilità del discorso, la vio­lenza dell’invenzione. A volte si ha l’impressione che porti la scrit­tura di Paga­nini troppo lon­tano dall’italia, verso nord o verso est, che qua e là fac­cia capo­lino il ricordo di una scuola boema che nulla avrebbe a che fare con il per­so­nag­gio e l’epoca; ma è anche vero che la scrit­tura e l’invenzione tec­nica di Paga­nini sono tanto iso­late nella loro ori­gi­na­lità da ren­dere l’operazione tutt’altro che ere­tica – o quanto meno non più sti­li­sti­ca­mente inap­pro­priata del calarlo nella tec­nica russa, o nell’estetica mit­te­leu­ro­pea e tardo-ottocentesca come hanno fatto molti dei grandi vir­tuosi moderni.

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Nell’interpretazione di Zehet­mair pesa sicu­ra­mente la sua pro­pen­sione per la musica con­tem­po­ra­nea e il suo talento di musi­ci­sta non anco­rato all’esibizione tec­nica – carat­te­ri­sti­che che gli ren­dono pos­si­bile rivi­si­tare l’opera dei grandi vir­tuosi (vedi il pre­ce­dente disco con le com­po­si­zioni di Ysaÿe) allon­ta­nan­doli dai cor­ri­doi dei Con­ser­va­tori. Ma alle volte ho l’impressione che in que­sto lavoro di astra­zione, insieme a tante incro­sta­zioni inu­tili, lasci fuori anche alcuni segni lin­gui­stici importanti.

La scrit­tura di Paga­nini è un gero­gli­fico la cui deci­fra­zione si pre­sta ad ambi­guità; non saprei dire se sia più esatta la ver­sione moderna di Accardo – e di Ricci, di Fran­ce­scatti ecc. – o quella di Zehet­mair. Mi sem­brano uti­lis­sime tutte e due. Quello che posso dire per certo è che dopo un primo momento di scon­certo, la ver­sione di Zehet­mair aggiunge voca­boli sco­no­sciuti alla tra­di­zione inter­pre­ta­tiva – a volte un po’ son­no­lenta – del genio di Paganini.

Per chi fosse inte­res­sato a un con­fronto, riporto qui il bel­lis­simo e miste­rioso ini­zio del Capric­cio n. 4 in Do minore (Mae­stoso), prima nell’interpretazione di Sal­va­tore Accardo (inci­sione del 1978) e poi in quella di Zehet­mair. La dif­fe­renza, in ter­mini sia di velo­cità sia di spir­tito, è abba­stanza evidente.

Accardo:

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Zehet­mair:

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Il fram­mento di ritratto di Paga­nini sotto il titolo del post è tratto dallo splen­dido ritratto a matita di Ingres con­ser­vato al Lou­vre; la foto di Zehet­mair è il fram­mento di uno scatto di Keith Pat­ti­son (©). L’incisione di Accardo è ristam­pata in CD dalla Deu­tsche Gram­mo­phon (CD 429 714–2); il CD di Zehet­mair è pub­bli­cato dalla ECM (2124). Il mano­scritto ori­gi­nale di Paga­nini può essere sca­ri­cato in PDFque­sto indi­rizzo, insieme a un’edizione moderna di pub­blico domi­nio, frutto della straor­di­na­ria IMSLP.

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Lacritica marzo 28, 2010 alle 18:58

Ho letto dei pareri analoghi in merito a questo interprete sulla stampa specializzata. Ci ho pensato un po’, ma devo dire di non essere molto attratta dai dischi (questo è il problema n. 1). O meglio, sono un pochino abitudinaria (n. 2). Se uno conosce i Capricci, e davvero li ama, nel tempo avrà confrontato più versioni. Se li apprezza molto ne possiede anche diverse versioni. Se conosce la musica, anche se non ha l’orecchio assoluto, può ad apertura di spartito persino sentirli senza l’ausilio di dischi.
Ora, ogni nuova incisione di un brano non suscita in me uno smodato interesse, poiché non sono una patita collezionista di dischi o cd. Allora talvolta mi chiedo cosa dovrebbe spingermi a sentire (cosa spinge anche loro a inciderli, a parte il guadagno) l’ennesima interpretazione di un certo pezzo. Un conto è muoversi dal divano per andare a sentirlo dal vivo, un altro è avere un’esperienza mediata, e comunque elaborata in studio.
Se fossi folle per qualcosa (lo sono stata) ne collezionerei decine e decine di versioni. Però questo vale per un ristrettissimo (nel mio caso) numero di capolavori.
Se trovo un musicista che realizza la mia idea di interpretazione (ammesso che io stessa non sia in grado di eseguirla, e ciò invaliderebbe ovviamente tutto quandto scritto sopra), io mi ci affeziono. Non è una questione d’età, di “così di faceva al mio tempo”. E’ proprio amore.
Dopo, a tutte le altre interpretazioni concedo una possibilità: ma spesso quella nuova, o più recente, non sostituisce la vecchia. La prima impressione ha a che fare con l’affetto e la folgorazione, e – talvolta – con la gratitudine verso chi ti ha fatto conoscere qualche musica, per la prima volta, in un modo che mai più si rinnoverà e mai sarà scambiabile con un altra versione/idea della stessa opera.

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