Gadda passa a Adelphi. E allora?

15 febbraio 2011

Il pre­si­dente di Adel­phi, Roberto Calasso, ha stretto pochi giorni fa un accordo con l’erede di Gadda, Arnaldo Libe­rati, nipote (figlio del fra­tello) di Giu­sep­pina, la gover­nante che lo scrit­tore indicò come pro­pria erede uni­ver­sale: a par­tire da quest’anno, a mano a mano che i con­tratti per i libri pub­bli­cati da Gar­zanti sca­dranno, le opere di Gadda usci­ranno in una nuova ver­sione presso Adel­phi. Si comin­cia nien­te­meno che con Accop­pia­menti giu­di­ziosi, e già l’anno pros­simo uscirà una nuova ver­sione dell’Adal­gisa. Segui­ranno a breve il Pastic­ciac­cioLa cogni­zione del dolore. Alla Gar­zanti reste­ranno i diritti, fino ad 2032, delle opere com­plete in 5 volumi a cura di Dante Isella. All’arti­colo del Cor­riere della Sera in cui Calasso dava la noti­zia, ha rispo­sto un comu­ni­cato di Oli­viero Ponte di Pino, diret­tore edi­to­riale della Gar­zanti, in cui si riba­di­sce che Gadda resterà nelle loro edi­zioni; nel comu­ni­cato, ripreso anche dal Gior­nale, non è chia­rito come, ma dalla suc­ces­siva rispo­sta di Mat­teo Codi­gnola, dell’Adelphi, si capi­sce che a meno di bat­ta­glie legali Gadda sarà in futuro dispo­ni­bile con­tem­po­ra­nea­mente nei volumi sepa­rati Adel­phi e negli opera omnia di Garzanti.

Il tra­sloco

Il pas­sag­gio di un autore da un edi­tore all’altro non è certo una novità, e in fondo non è nep­pure un fatto par­ti­co­lar­mente rile­vante, anche se l’autore in que­stione è un gigante come Carlo Emi­lio Gadda; tanto meno è rile­vante o nuovo se a deci­dere il ‘tra­sloco’ non è l’autore stesso ma un erede. Si sa, i grandi edi­tori pen­sano che tutto il mondo giri intorno ai loro cata­lo­ghi, e spesso riten­gono di stare tirando le fila della cul­tura nazio­nale. Chi segue le cose della let­te­ra­tura sa che nor­mal­mente è un’esagerazione, e che sem­pre più lo sarà nei pros­simi anni di rivo­lu­zione digi­tale. Comun­que sia, Adel­phi negli ultimi anni ha messo a segno molti di que­sti ‘colpi di scena’ edi­to­riali, il più cla­mo­roso dei quali rimane forse l’acquisizione delle opere di Borges.

Que­sti pas­saggi sono un buon affare per gli autori? È dif­fi­cile dirlo, al di là dell’aspetto eco­no­mico che rimane giu­sta­mente riser­vato e che molto spesso riguarda gli eredi. Le edi­zioni Adel­phi sono di regola molto curate, hanno un aspetto più ele­gante e offrono una ‘espe­rienza di let­tura’, come oggi si usa dire, più pia­ce­vole rispetto a molti altri grandi edi­tori. Le opere di Gadda, al pari di quanto è suc­cesso ad altri impor­tanti autori acqui­siti dal cata­logo Adel­phi in pas­sato, saranno pre­sen­tate con un testo filo­lo­gi­ca­mente rive­duto, gra­zie alla dispo­ni­bi­lità dei mano­scritti dell’archivio Libe­rati. Nel caso di alcuni autori stra­nieri, oltre al testo nuo­va­mente sta­bi­lito, il pas­sag­gio ha com­por­tato una nuova tra­du­zione (o un pesante rima­neg­gia­mento della pre­ce­dente, vedi il caso di Isher­wood). Alcuni autori sono let­te­ral­mente rinati in que­sto pas­sag­gio da un cata­logo all’altro: penso per esem­pio al caso di Sime­non. Altri forse meno. La dif­fe­renza più rile­vante mi sem­bra gio­carsi sull’aspetto della pro­fon­dità e per­ma­nenza del cata­logo: molti grandi e medi edi­tori ten­dono oggi a sfrut­tare inten­si­va­mente i titoli red­di­tizi di un autore, e a spin­gere ai mar­gini, fino a farli scom­pa­rire dal mer­cato, i titoli più dif­fi­cili. Adel­phi man­tiene dispo­ni­bile pra­ti­ca­mente tutto il suo – ormai pode­roso – cata­logo, e per uno scrit­tore que­sto è un enorme van­tag­gio; un van­tag­gio di cui gli autori dif­fi­cili con qual­che bestsel­ler all’attivo si sono senz’altro gio­vati. Sime­non, di nuovo, è un caso esem­plare di scrit­tore la cui per­ce­zione da parte dei let­tori (e da parte della cri­tica) è radi­cal­mente mutata dopo il pas­sag­gio; ma lo stesso caso Bor­ges, di cui in pre­ce­denza sem­pre meno si tro­vava al di fuori dell’Aleph, di Fin­zioni e poco altro, mostra pla­teal­mente la differenza.

Un’idea del Novecento?

Mi sem­bra invece inte­res­sante ripor­tare l’affermazione di Paolo Di Ste­fano, l’autore dell’articolo pub­bli­cato a dop­pia pagina dal Cor­riere: “Prima di Gadda, fra gli autori pub­bli­cati da Adel­phi con l’opera com­pleta o i libri mag­giori: Croce, Scia­scia, Ortese, Parise, Cri­stina Campo, Savi­nio, Lan­dolfi, Michel­staed­ter, Man­ga­nelli, Mala­parte, Mor­selli, Satta, Fla­iano… A que­sto punto, il cata­logo del miglior Nove­cento è quasi com­pleto”. Una dichia­ra­zione di fronte alla quale il com­mento dello stesso Calasso appare più equi­li­brato e mode­rato: «Ho pen­sato che uno stu­dente o uno stra­niero che voglia farsi un’idea della lin­gua e della let­te­ra­tura ita­liana del secolo scorso tro­ve­rebbe qui una costel­la­zione varie­gata, dalla quale si può desu­mere che il Nove­cento ita­liano è stato molto più affa­sci­nante e intri­cato di come spesso viene raccontato».

È vero. Anche volendo limi­tarsi a que­sta idea di Nove­cento molto pecu­liare – un secolo che parte tardi e fini­sce pre­stis­simo (non dopo gli anni Set­tanta) – il Nove­cento ci è stato rac­con­tato per anni in modo diverso, non solo dalla scuola ma anche dai cri­tici, dai gior­na­li­sti e dagli edi­tori: dal ‘sistema cul­tu­rale’, ammesso che l’espressione abbia ancora qual­che senso. Calasso aggiunge che vor­rebbe in cata­logo Elsa Morante e Italo Cal­vino – come dar­gli torto; Di Ste­fano nota quindi l’assenza di Bilen­chi, e Calasso si smarca con ele­ganza (“cono­sco Bilen­chi troppo poco, sicu­ra­mente a torto”). Ma… dove sono Primo Levi, Mora­via, Pavese, Paso­lini, Bas­sani, Vit­to­rini, Del­fini, Sol­dati, Tomasi di Lam­pe­dusa? E tutta la poe­sia del secolo, che fine ha fatto? non è forse let­te­ra­tura? Si pos­sono cono­scere “la lin­gua e la let­te­ra­tura ita­liana” senza Mon­tale, Saba, Unga­retti, Ber­to­lucci, Caproni, Luzi e tanti, tanti altri? Insomma, va bene costruire un bel cata­logo e por­tare in casa gli autori che si amano di più quando le sca­denze con­trat­tuali lo con­sen­tono, ma forse affer­mare che si sta creando un ritratto di un secolo, o anche sol­tanto ‘del meglio di un secolo’ è un po’ pre­sun­tuoso. Forse sarebbe più one­sto dire che quando un edi­tore cerca di fare un ritratto, il più delle volte gli esce un autoritratto.

Ma dalla que­stione dei diritti di Gadda, e dal dibat­tito che è seguito potrebbe nascere anche un’altra, som­messa rifles­sione. Capi­sco che i diritti d’autore dei grandi scrit­tori dell’ultimo terzo del Nove­cento siano in gran parte soli­da­mente in mano agli edi­tori che li hanno finora pagati, ma si può pen­sare a un Nove­cento così ‘breve’? In fondo, se sono in mano a que­gli edi­tori, magari è per­ché que­gli edi­tori hanno avuto il corag­gio di inve­stire le pro­prie risorse sul pre­sente e sul futuro della let­te­ra­tura. Non con tre, quat­tro o cin­que ottimi autori, ma con dieci, venti, cin­quanta talenti da sostenere.

Insomma, se fra cento anni il diret­tore edi­to­riale o il pre­si­dente di Adel­phi (spero Calasso stesso) vorrà dare un qua­dro più varie­gato della let­te­ra­tura ita­liana del Ven­tu­ne­simo secolo rispetto a come ci sarà stata rac­con­tata, lo farà raz­ziando il meglio dei cata­lo­ghi altrui mano a mano che sca­dono i con­tratti, o nel frat­tempo si sarà fatto corag­gio, e guar­dando verso l’orizzonte avrà inve­stito in quella rischiosa e miste­riosa dire­zione una parte dei pro­pri ricavi? Chi vivrà, vedrà.

Il bel­lis­simo ritratto di Gadda pro­viene dal sito www.carloemiliogadda.net; non è indi­cato l’autore, e nono­stante sia una foto famo­sis­sima non rie­sco a ricor­darlo nep­pure io. Se a qual­cuno venisse in mente…

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