Diderot, un’accecante libertà

2 dicembre 2013 § 2 commenti

Diderot_fragonard

Un bellissimo, breve articolo dello storico Sergio Luzzatto pubblicato nell’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» di ieri (1° dicembre 2012, p. 41). Lo riproduco per intero perché non si trova in rete:

Diderot, chi era costui? Mentre i francesi hanno celebrato da par loro l’«année Diderot» – il terzo centenario della nascita del più fantasioso, del meno dogmatico, del più dialogico tra i philosophes – l’editoria italiana ha brillato per il suo disinteresse. Nelle librerie si fatica a trovare anche soltanto un titolo recente dedicato a Diderot. Non la traduzione della mirabile raccolta di saggi di Jean Starobinski, Diderot, un diable de ramage. Né la traduzione della felicissima biografia-non-biografica (per così dire) firmata da Michel Delon, Diderot cul par-dessus tête. Dove non foss’altro che i due titoli, quanto meno curiosi, avrebbero meritato di sollecitare l’attenzione degli editori, tanto la figura dì Diderot, quest’uomo nato nel 1713, interpella il nostro presente per una straordinaria molteplicità di risvolti, dalle pratiche del corpo e dell’identità sessuale alle teorie dell’arte e del linguaggio, fino ai cinguettii di Twitter… In generale, l’«année Diderot» si presenta come un’ennesima occasione perduta dalla cultura italiana per riflettere sulla contemporaneità dell’illuminismo: su quel passato dei Lumi che non è solo un antecedente, è anche un parallelo dell’oggi. Ma chi lo spiegherà, tanto per cominciare, ai ragazzi che studiano filosofia nelle nostre scuole superiori? Quale insegnante si sottrarrà al ricatto storicistico del «manuale» e al ricatto burocratico del «Programma» scegliendo –semplicemente – di far leggere Diderot? Chi mostrerà ai ragazzi quanto si impari intorno ai rapporti di genere tuffandosi, ad apertura di pagina, nelle lettere scritte dal «filosofo» alla donna della sua vita, Sophie Volland? Quanto si impari delle sensazioni, le proprie e le altrui, attraverso la Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono? E magari anche, perché no, quanto si impari sul sesso spigolando tra I gioielli indiscreti?

È tutto vero. Il disinteresse della stampa e dell’editoria italiana nei confronti di questo straordinario uomo e intellettuale è stato letteralmente sorprendente – disinteresse che in ogni caso riflette presumibilmente quello, ben più triste e preoccupante, della ricerca e dell’accademia nazionali. Cos’è che ancora ci impedisce di conoscere e amare quest’uomo libero, intelligente e acuto quant’altri mai? Questo pensatore imprevedibile, il più letterariamente elegante dei philosophes, la testa meno classificabile, il corpo e il cuore più instancabili dell’Illuminismo? Che sia proprio la sua stupefacente capacità di guardare e ripensare le cose “da zero”, senza pregiudizi o condizionamenti? Nella religione, nella morale, nell’arte, nella storia, nel costume, nel sesso. Pressoché ovunque.

Ma se è vero che il panorama editoriale italiano è desolantemente povero di buoni testi critici su questo faro dell’intelligenza umana, offre comunque alcuni dei suoi capolavori in edizioni anche ottime. Prima di tutto quello che a me sembra il testo più enigmatico, poetico e appassionante della sua intera opera, la “satira” amata e tradotta da Goethe, un libro da cui mi verrebbe da dire che non si impara niente, perché la libertà non insegna ma contagia, e cioè Il nipote di Rameau. Einaudi ne aveva in catalogo un’eccellente traduzione di Augusto Frassineti (scrittore finissimo e di grande attualità, anch’esso dimenticato), ma oggi la pubblica Quodlibet; ottima edizione, fedele e accurata, è pure quella della BUR. E sempre nella collana economica della Rizzoli si possono leggere altri testi importanti e appassionanti, da Jacques il fatalista ai Gioielli indiscreti. Ma se dovessi consigliare un amico, dopo Il nipote di Rameau – che poi è un dialogo fra un Moi e un Loi in cui viene messo in scena uno dei personaggi più divertenti e teatrali dell’intera letteratura francese – consiglierei la lettura del Paradosso sull’attore, del quale è in commercio un’ottima traduzione pubblicata da SE. Molto interessanti, anche se su un altro piano, le sue voci per l’Enciclopedie – l’opera di tutta la sua vita, la meravigliosa ossessione a cui sacrificò gran parte delle sue forze: alcune di queste voci sono comprese nel bel volume ripubblicato da Laterza nel 2003 (Enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri ordinato da Diderot e D’Alembert, a cura di Paolo Casini).

Certo, a chi se la sente di affrontare il francese elegante e pulito di questo prolificissimo autore, consiglierei l’acquisto del recente volume della Pléiade che comprende le opere cosiddette “letterarie” – anche se i confini fra pamphlet, satira, libello, articolo, racconto e via dicendo sono molto difficili da tracciare nell’opera di Diderot, dove tutto sembra nascere dall’impulso della vis polemica o dal gusto della più franca e divertente conversazione: Contes et romans, pubblicato nel 2004 sotto la direzione di Michel Delon. Nella stessa, splendida collana di Gallimard, si trova anche uno dei classici Album a lui dedicato e il volume di Œuvres philosophiques (2003).

Rimane senza risposta la domanda di fondo: perché si parla così poco di Diderot? Ho come la sensazione che la risposta, nel non vastissimo dizionario della cultura italiana contemporanea, sia da cercare proprio alla voce libertà. Una scellerata, spregiudicata, per noi faticosa e talvolta quasi accecante libertà.

Il ritratto in alto è quello, famosissimo, di Louis-Michel van Loo, dipinto nel 1767 e donato nel 1911 dalla famiglia Vandeul (i discendenti di Diderot) allo Stato francese; oggi è visibile al Louvre (ala Sully). A Diderot il ritratto del suo amico van Loo, esposto per la prima volta al Salon del 1767, non era piaciuto affatto, e ne aveva preso spunto per una delle sue bellissime pagine sulla pittura, forse la più famosa. Accusa il pittore di avere cercato in lui l’atteggiamento e la compostezza a detrimento del vero, del carattere. In questa pagina di wikipedia dedicata al cosiddetto “ritratto letterario” si può leggere (in francese) un riassunto della vicenda. Non gli piaceva la posizione da ministro, la boccuccia atteggiata, l’aria soddisfatta e seduttiva. Lodava invece un altro ritratto di un pittore minore oggi perduto (Jean-Baptist Garand). Avvertiva gli eredi a cui il ritratto di van Loo sarebbe arrivato: «Figli miei, vi prevengo, quello non sono io». E a quanti avessero visto il suo vero viso nel ritratto di Garand, lui immaginava che sarebbe venuto in mente il giusto commento estetico sul suo viso (e sulla sua personalità). Un commento in italiano, perché la commedia della sua vita è stata Commedia dell’Arte: «Ecco il vero Pulcinella!». Per dire il personaggio. Confrontare con gli intellettuali di oggi, se ci si vuole fare del male.

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§ 2 commenti al post “Diderot, un’accecante libertà

  • salve, sono arrivato qui cercando qualcosa su Diderot traduttore. Una preghiera: quando si citano testi stranieri in traduzione italiana, per favore, è più che opportuno menzionare sempre il traduttore (o la traduttrice) — e non soltanto quando sono già famosi, come Augusto Frassineti. Grazie a nome della categoria (alla quale apparteneva anche Diderot, del resto, e che gli valse l’”ingaggio” nel “grande affare di Lumi”, come lo chiama Darnton, tradotto appunto da Antonio Serra).

  • Sergio Bestente scrive:

    Grazie del suo commento. Sull’opportunità di citare sempre il traduttore quando si nomina un libro, lavorando da più di vent’anni in una casa editrice, avrei qualche dubbio. Perché vedo il lavoro pazzesco che i redattori (o copy editor come oggi spesso preferiscono essere chiamati) devono fare sulle traduzioni, e allora mi dico che se si citano i traduttori si devono citare anche i redattori. E così l’autorialità diventa un affare di gruppo. Eppure l’associazione sceneggiatori non è che si lamenta quando si dice, magari in un blog, Il Padrino di Coppola o Barry Lindon di Kubrick. Ho personalmente dovuto rimettere in piedi traduzioni orrende di professionisti ben noti che vedevano il loro nome in copertina: non mi sognerei di chiedere di avere altrettanto onore, perché concepisco il mio come lavoro “di servizio” all’impresa editoriale e letteraria. Difendo quindi il sacrosanto diritto di citare chi si vuole e quando si vuole: se leggo la bella traduzione di Augusto Frassineti e mi accorgo di quale talento vi abbia profuso, lo cito volentieri; quando non so, o so ed è meglio sorvolare, non cito. E onestamente non penso neppure di dover chiedere scusa a chichessia.

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