Un Salieri per Giovanni Allevi

28 dicembre 2008

salieriAllevi ha rispo­sto all’inter­vi­sta in cui Ughi si diceva offeso dal con­certo di Natale al Senato (vedi post del 24 dicem­bre). Come ha rispo­sto? Con una Let­tera Aperta. In fondo quello che riguarda lui riguarda l’Arte, e dun­que due righe avve­le­nate nella pagina della Posta gli sareb­bero sem­brate da morti di fame. E cosa scrive, in que­sta Let­tera Aperta? Fa l’Allevi. Una miscela di fur­be­ria, gio­va­ni­li­smo pia­gnone, auto­com­mi­se­ra­zione che poi diventa autoe­sal­ta­zione per con­clu­dersi nell’autotrionfalismo più sca­te­nato (spac­ciato per “visionarietà”).

ughiDun­que comin­cia con una favo­letta, quella del gio­vane com­po­si­tore che va a un con­certo della grande star Uto Ughi e ne resta tanto col­pito da andare nel suo came­rino a chie­der­gli un auto­grafo: è l’unico auto­grafo che Allevi abbia mai chie­sto a un arti­sta, ed è suc­cesso 10 anni fa. Che strana idea, quella diar­ri­vare a 28 anni senza chie­dere mai un auto­grafo a nes­suno, e poi improv­vi­sa­mente chie­derlo a Uto Ughi. Boh. In ogni caso, otte­nuto il pre­zioso fetic­cio, Allevi torna nel suo mono­lo­cale; per­ché ci dà la metra­tura di casa sua? Per­ché ci vuole dire che è povero, è fuori dai gio­chi, non cono­sce nes­suno del mondo ruti­lante dello spettacolo:

Io non avevo ami­ci­zie influenti, a stento arri­vavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacri­fici per diplo­marmi in Com­po­si­zione e il biglietto del con­certo l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti vio­li­ni­sti del mondo: lei, Mae­stro Ughi.

Ecco, pra­ti­ca­mente la pic­cola fiam­mi­fe­raia. Ma la fase dell’autocommiserazione dura poco. Men­tre la “casta” difen­deva i suoi onori e le sue ric­chezze, Allevi stu­diava dura­mente, con­for­tato dalla Feno­me­no­lo­gia di Hegel (!). Ed ecco che, all’improvviso arriva l’illuminazione. Allevi capi­sce la pro­pria missione:

Per­ché costrin­gere il pub­blico del nostro tempo a rap­por­tarsi solo a capo­la­vori con­ce­piti secoli fa, e per­dere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espres­sione dei nostri giorni, che sia una rigo­rosa evo­lu­zione della tra­di­zione clas­sica euro­pea? La musica cosid­detta «con­tem­po­ra­nea», ato­nale e dode­ca­fo­nica, in ogni caso non è più tale, per­ché espres­sione delle lace­ra­zioni che agi­ta­vano l’Europa in tempi ormai lon­tani. Ecco allora il mio pro­getto visio­na­rio. È neces­sa­rio uno sforzo crea­tivo a monte, piuttosto che insi­stere solo sull’educazione musi­cale, get­tando le basi di una nuova musica colta con­tem­po­ra­nea, che recu­peri il con­tatto pro­fondo con la gente. Ho pro­vato a farlo, con le mie par­ti­ture e i miei scritti. È stato necessario.

Il gio­chino è abba­stanza sem­plice: si dice che la musica con­tem­po­ra­nea è quella delle lace­ra­zioni del pas­sato, quella brutta e dif­fi­cile, insomma quella derisa da Alberto Sordi nelle Vacanze intel­li­genti. E quindi il suo ten­ta­tivo diventa quello di ricu­cire lo strappo, di ridare al pre­sente una musica del pre­sente. Ora, che il suo pro­blema sia stato posto da gran parte dei com­po­si­tori degli ultimi trent’anni (e più) lui non lo dice. Lui legge Hegel e capi­sce cosa deve fare; che ci sia stato un mini­ma­li­smo ame­ri­cano, e poi un post­mi­ni­ma­li­smo, che in Ita­lia sia stata scritta della musica defi­nita neo­ro­man­tica, che mezzo mondo non navi­ghi più nella scia di Bou­lez, Allevi fa finta di non saperlo, e in ogni caso non lo dice. Ed ecco che l’accusa di sfrut­tare l’ignoranza della gente diventa piut­to­sto ragio­ne­vole. Ma l’ardito inno­va­tore si spinge più in là:

Da amante di Hegel, quindi, sapevo benis­simo che l’ondata di novità avrebbe man­dato in crisi il vec­chio sistema e che i sacer­doti della casta, con i loro adepti, non potendo rico­no­scere su di me alcuna pater­nità, avreb­bero messo in atto una cri­mi­nale quanto spie­tata opera di «cro­ci­fis­sione di Allevi».

Ora, che Allevi sia stato addi­rit­tura “cro­ce­fisso” dai sacer­doti della casta è cosa alquanto dif­fi­cile da soste­nere: è coc­co­lato e invi­tato da tutte le mag­giori isti­tu­zioni musi­cali, è pre­sen­tato a tutte le ore su tutti i canali tele­vi­sivi e radio­fo­nici come il nuovo Mozart e, con tutto il rispetto, non mi sem­bra che Ughi abbia la sta­tura per imper­so­nare il Salieri del film di For­man (e del dramma di Schaf­fer). Ma la sua rivo­lu­zione parte dal basso, vuole dirci:

Non c’è alcuna mac­chi­na­zione, tutto è asso­lu­ta­mente lim­pido e puro: le per­sone spon­ta­nea­mente hanno scelto di seguirmi. Ma biso­gna smet­tere di rite­nere igno­rante la gente «comune». Il pub­blico cui si rivol­geva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro?

Eppure era chiaro che nes­suno si fosse mai detto offeso dal suc­cesso di Allevi. Ognuno ha il diritto di scri­vere e di ascol­tare quello che pre­fe­ri­sce. Il pro­blema nasce quando qual­cuno ti dice che ciò che sta facendo è l’eccellenza di un certo ambito, ma qual­siasi con­si­de­ra­zione sti­li­stica, este­tica e sto­rica che abbia un minimo di costrutto indica pla­teal­mente il con­tra­rio. E qui, curio­sa­mente, Allevi usa un argo­mento abba­stanza incon­sueto: invece di soste­nere che non ha senso chie­dersi se la sua musica sia “clas­sica” o meno – si con­si­deri che tutto nasce da un con­certo al Senato spac­ciato per con­certo clas­sico di altis­simo livello – usando la vec­chia e alquanto usu­rata argo­men­ta­zione della scom­parsa delle distin­zioni fra i generi musi­cali, dell’esigenza della con­ta­mi­na­zione, del metic­ciag­gio ecc., invece di fare tutto que­sto, lui riven­dica la purezza raz­ziale della sua musica:

È una musica colta che non può pre­scin­dere dalla par­ti­tura scritta e che rifiuta qua­lun­que con­ta­mi­na­zione, con le parole, con le immagini, con stru­menti musi­cali e forme che non siano pro­pri della tra­di­zione clas­sica. […] La mia è una musica clas­sica, per­ché uti­lizza il lin­guag­gio colto, la cui padro­nanza è frutto di anni di stu­dio acca­de­mico. […] La mia non è una musica pop, per­ché non con­tem­pla alcun can­tante, alcuna chi­tarra elet­trica e bat­te­ria e non usa la tra­di­zione orale, o una scrit­tura sem­pli­fi­cata come mezzo di propagazione…

Insomma non è uno scherzo: Allevi vuole pro­prio affer­mare che la sua è la “musica clas­sica” del pre­sente e del futuro, e che l’unico motivo per cui una per­sona come Ughi – che con la musica con­tem­po­ra­nea “lace­rata” e dis­so­nante ha lo stesso legame che potrebbe avere con l’heavy metal – lo rifiuta è per­ché Ughi è un Gran Sacer­dote della casta pas­sa­ti­sta. Abba­stanza incredibile.

Ma il vero capo­la­voro è la chiusa, dove sotto i linea­menti dell’artista del futuro si riaf­fac­ciano quelli, imbron­ciati, della pic­cola fiam­mi­fe­raia: “Quel suo auto­grafo che ho sem­pre con­ser­vato gelo­sa­mente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente”. Addio, Bruto Ughi!

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Geremia gennaio 1, 2009 alle 19:13

Quando i luoghi in cui si produce gusto e cultura sono in asfissia, depauperati di risorse umane ed economiche, quando si rinuncia oltre che alle regole anche al buon senso, quando i circuiti culturali si stringono come un sol uomo, ben prosternati al potere, e quando il potere è solo potere, nudo come un verme, lì tutto da vedere (se non sei un cercopiteco), uno investe quattro soldi in uno abbastanza incosciente da crederci e crea il genio… i cercopitechi applaudono e i soldi rientrano nel minor tempo possibile, pronti a far bolle altrove.
Altro vantaggio: se il genio viene cooptato ad una performance natalizia in una delle aule del potere, il cerchio si chiude, perché la sua capacità di far moneta e la sua ulteriore visibilità copre la crisi dei musicisti ancient regime, che ben gli sta il taglio dei soldi, visto che se la suonano e se la cantano tra di loro, senza trascinare il grosso pubblico. Operazione perfetta, missione compiuta, un altro gradino giù, lontani dal mondo, ma tanto vicini ai cercopitechi.

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Elisabetta maggio 2, 2009 alle 14:03

E se Allevi avesse ragione?

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Elisabetta maggio 2, 2009 alle 14:04

E poi…non posso non notare, nelle due foto, lo stesso sguardo pieno di bramosìa, e l’incredibile somiglianza tra Salieri ed Ughi!

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Sergio Bestente maggio 2, 2009 alle 19:22

Beh, ovviamente le foto erano scelte apposta… In ogni caso, se Allevi avesse ragione lui rappresenterebbe il futuro della musica, e diverse migliaia di artisti, da Kurtág ad Andriessen, da Steve Reich a Luciano Berio, da John Cage a Pierre Boulez si sarebbero sbagliati e continuerebbero a sbagliare. E non solo. Diverse migliaia di critici, letterati, filosofi, scrittori, pittori, e milioni di semplici e appassionati ascoltatori, lettori, dilettanti di musica avrebbero preso una cantonata colossale. Ascoltando, cercando, rifiutando, apprezzando, amando, cercando di capire e di conoscere le nuove strade per fare arte dopo il secolo delle guerre mondiali, delle paure nucleari, del crollo delle ideologie. Miliardi di parole, speranze, pensieri, opere d’arte spazzate via come d’incanto. Gentile Elisabetta, che ringrazio per avere letto quello che ho scritto e per avere avuto la voglia di interrogarsi e di ribattere, tutto può essere, è vero. Però, a essere onesti, a me i discorsi di Allevi mi comunicano un certo senso di soffocamento. Si può sognare che Allevi sia la musica del futuro solo se si decide di non leggere, di non viaggiare, di non guardare al di là di ciò che il sistema delle multinazionali dell’intrattenimento ci vogliono propinare. Non lo dico in tono predicatorio o borioso, ma semplicemente con la sorpresa e la meraviglia che mille volte mi ha dato lo scoprire un nuovo mondo sonoro che prima non conoscevo. Quella stessa meraviglia che non si è mossa di un millimetro a sentire gli arpeggi di Allevi. Detto questo, naturalmente, rispetto chi ha costruito il proprio rapporto emotivo e intellettuale con la musica di Allevi. Solo, mi riesce più difficile accettare le sue farneticazioni storico-critiche.

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Elisabetta maggio 7, 2009 alle 15:32

Che fatica Signor Sergio! Allevi non è il futuro della musica, non lo ha mai detto, nessun suo fan si è mai arrogato il diritto di affermarlo.
Allevi è il PRESENTE della musica, uno dei possibili, che per motivi ovvi e misteriosi, è entrato profondamente in contatto con l’immaginario collettivo. Non riesco a capire come sia possibile pensare ad Allevi in contrapposizione con ciò che lo ha preceduto. Allevi è il protagonista della musica del nostro tempo, di un’epoca che non ha più niente a che spartire con il Novecento. Quindi è totalmente inutile giudicarlo con i criteri estetici del ’700 o similari. Ma ciò non toglie nulla della grandezza di Berio, di Nono, di Shoenberg, i quali sono stati protagonisti del loro tempo. Le assicuro che nessuno ha preso una cantonata, i critici che hanno amato la musica dissonante l’hanno fatto con sincerità e a ragion veduta. Ma si era già caduti nel vicolo cieco dell’incomunicabilità e della frammentazione del linguaggi, fino al nostalgico ricordo di un passato ormai perso per sempre. Ciò che resta difficile da accettare è che del tutto inaspettatamente, si è materializzato davanti gli occhi di tutti una specie di Mozart in versione moderna, che ha mosso le folle solo con la forza di un pianoforte.

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Sergio Bestente maggio 7, 2009 alle 18:58

Gentile Elisabetta, mi dispiace che lei provi fatica, ma non credo che riuscirà a convincermi. L’incomunicabilità e la frammentazione dei linguaggi fanno parte di una condizione umana, non sono semplicemente un veicolo estetico. Questa condizione non si è esaurita con il cambio di secolo, a meno che lei non alluda a un ritorno dell’assolutismo, a un crollo dei sistemi democratici e a una fine della storia così come la previdero diversi filosofi dei “lontanissimi” Otto e Novecento. In quel caso se ne può parlare, ma mi sembra che individuare in Allevi il musicista di questo sovvertimento epocale tutt’altro che sicuro (spero!) sia fargli un complimento che persino lui giudicherebbe eccessivo. In quanto all’individuazione del passato come “epoca della dissonanza” a cui si contrappone la “nuova consonanza” (immagino) di Allevi stesso, mi perdoni ma mi sembra una visione davvero superficiale, se non puerile. Superficiale nella comprensione del passato come in quella del futuro. Il fatto è che non tutti i compositori del presente sono divorati dalla nostalgia per le avanguardie del Novecento. Il problema del rapporto col pubblico, della comunicatività della musica, della ripresa in carico dell’armonia funzionale è sentita da migliaia di musicisti in tutto il mondo. Che un ascoltatore medio possa non saperlo o non interessarsene è giusto, che un musicista e soidesent filosofo, nonché autore di libri pubblicati da Rizzoli, finga di non saperlo è una truffa intellettuale. Io non so quale conoscenza lei abbia dei compositori di oggi (parlo dei quaranta-cinquantenni, come Allevi), e se la cosa può davvero interessarla, ma le assicuro che con un po’ di curiosità e di voglia di scoprire, può fare l’incontro con universi sonori del tutto inaspettati. Certo, ci vuole pazienza, perché non sempre si tratta di artisti sostenuti dalle grandi conglomerate dell’intrattenimento e dai loro miliardi da spendere in pubblicità. Universi capaci di comunicare e affascinare – e non di torturare le orecchie come quella che oggi si vuole bollare complessivamente come “musica dissonante”. Ma tutto questo dipende dalla voglia che uno ha di cercare, sporcarsi le mani, frugare nel vastissimo e sorprendente mondo della musica vivente; non fermarsi alle dichiarazioni affrettate e infantili, e soprattutto di non saziarsi mai con piatti dolciastri e precotti della comunicazione di massa.
Ma, ancora una volta, l’arte è il territorio in cui più facilmente libertà e piacere vanno a braccetto; non voglio certamente essere io a dire che il piacere degli altri non è vero piacere: per queste cose esiste già il Vaticano. Grazie ancora!

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Elisabetta maggio 8, 2009 alle 12:18

Continuo a non capire il senso apocalittico delle sue parole. Cosa c’entrano l’assolutismo, il crollo dei sistemi democratici e via dicendo? Cosa c’è di puerile nel contrapporre all’avanguardia del Novecento una Nuova consonanza? Esistono altri giovani compositori, ed oggi più che mai è possibile accedere alla loro opera con facilità (basta un clic su Youtube). Ognuno di loro tratteggia il nostro tempo secondo la propria sensibilità. E allora? A ognuno di noi, la libertà di intraprendere un affascinante viaggio tra quelle note. E’ accaduto però che le grandi folle si siano riconosciute nella musica di Allevi. Di Tan Dun si possono fare i più colossali investimenti pubblicitari, privati e soprattutto governativi, di marketing e così via. Ma io nella musica di Allevi percepisco una freschezza, una gioia mozartiana che nessun altro riesce ad esprimere.

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fabobso dicembre 5, 2009 alle 19:49

Allevi, con tutto il rispetto dovuto alla persona, sta alla musica classica come i fumetti stanno alla storia della letteratura. Né più né meno. È musica pop, le sue musiche non per il fatto di essere suonate da orchestre diventano musica classica. Ci sono bellissime canzoni napoletane cantate da tenori ed eseguite da orchestre, ma non per questo diventano melodramma o brani sinfonici. Poi per favore non paragonate Mozart o Bach ad Allevi. Non è un virtuoso del piano, infatti non si esibisce in concerti. Suona le sue orecchiabili musiche che hanno risibili difficoltà esecutive. Dunque non è Gould o Benedetti Michelangeli, non è Toscanini e soprattutto non è un Mozart o Bach. Qui non si tratta di opinioni. Le musiche di Allevi sono gradevoli, e devono il suo successo a questo ed anche al fatto che soddisfano quello che io chiamo “il complesso della cultura”. Siccome la maggior parte delle persone si annoia ad ascoltare la musica classica, poter dire apprezzare la musica di Allevi li fa sentire meglio. Purtroppo ascoltano musica pop pensando di ascoltare “musica classica contemporanea”, è un bell’ossimoro che non vuol dire niente. Una cosa non può essere contemporanea e classica allo stesso tempo.

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Marina Sablich dicembre 18, 2009 alle 10:59

Buongiorno, scrivo per la prima volta e da poco mi sono registrata a questo bellissimo “blog” di Sergio. Concordo pienamente con quanto detto sopra sul “fenomeno” Allevi e perchè no …..Bocelli: sono terribili anche per chi , come me, non ha una cultura musicale ma ascolta la musica classica e va ai concerti. Si sono insediati in quel vuoto colmato talvolta dalla pubblicità che utilizza brani famosi alla “vecchia Romagna ” per intendersi, provocando nella gente reazioni strane… A risentirci!, Marina

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Sergio Bestente dicembre 18, 2009 alle 13:03

Ringrazio Marina per le sue parole. Marina porta un nome importante per tutti quelli che leggono di queste cose, ma soprattutto ha tutto il gusto e la sensibilità che a quel nome si accompagnano. Benvenuta!

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Neb maggio 10, 2009 alle 22:19
Sergio Bestente maggio 11, 2009 alle 00:21

Beh, che dire? Effettivamente…
Grazie.

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elisabetta maggio 13, 2009 alle 18:22

Quante parole sprecate, per quella che è una semplice ed arbitraria attribuzione di disvalore. Analogamente, posso partire dall’ascolto del Concerto in Do minore di Mozart, per giungere alla genialità di Allevi.

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