Un Orfeo a Mumbai

2 febbraio 2009

slumdog3

La vita­lità di una forma arti­stica può essere giu­di­cata anche attra­verso la capa­cità di comu­ni­care che i suoi codici sim­bo­lici con­ser­vano nel tempo. Curio­sa­mente l’opera lirica, mille volte data per defunta e con­si­de­rata alla stre­gua di una forma di assi­sten­zia­li­smo arti­stico per­sino da qual­che mini­stro della cul­tura, con­ti­nua a rive­larsi capace di comu­ni­care con­cetti ed emo­zioni in una tale mol­te­pli­cità di con­te­sti da stu­pire anche il più appas­sio­nato dei suoi spettatori-ascoltatori.

In que­sti giorni è nei cinema ita­liani un bel­lis­simo film del regi­sta inglese Danny Boyle: The Mil­lio­naire (Slu­m­dog Mil­lio­naire nella ver­sione ori­gi­nale). È la sto­ria di Jamal Malik, un ragazzo degli slum di Mum­bai, e della sua lotta per sot­trarsi al destino di mise­ria al quale sem­bra con­dan­nato per nascita e con­di­zione; una lotta che è scan­dita dai tempi di due vicende paral­lele e intrec­ciate: la ricerca del riscatto eco­no­mico attra­verso la par­te­ci­pa­zione al quiz tele­vi­sivo Chi vuol esser milio­na­rio, e la dispe­rata lotta per ria­vere Malika, la donna che ama fin da bam­bino, fin dal giorno in cui ha perso la madre, uccisa dal fana­ti­smo reli­gioso. Gli sta a fianco, alter­na­ti­va­mente come spalla e anta­go­ni­sta, il fra­tello mag­giore Salim, un ragazzo più vio­lento e deter­mi­nato, cor­re­spon­sa­bile al tempo stesso del dolore e del suc­cesso di Jamal.

slumdog4

È un film molto ben costruito, che gioca con diversi codici sim­bo­lici e diversi ritmi: il mondo della tele­vi­sione con i suoi for­mat uni­ver­sali e il suo pathos, il cinema com­mer­ciale indiano con le sue con­ven­zioni, i suoi miti e i suoi ritmi, in una giran­dola di fili nar­ra­tivi intrec­ciati e salti tem­po­rali, di rimandi e allu­sioni che lo rende a volte per­sino ecces­si­va­mente “ripieno”. Ma c’è una scena che col­pi­sce la retina e rimane miste­rio­sa­mente regi­strata nella memo­ria, con tutti i signi­fi­cati e i sim­boli che porta con sé.

Jamal, Salim e Malika, i due moschet­tieri più uno (come si defi­ni­scono per gioco), si tro­vano a un certo punto del film a dover scap­pare da una banda di cri­mi­nali che sfrut­tano i bam­bini degli slum costrin­gen­doli a chie­dere l’elemosina per le strade di Mum­bai; i due fra­telli rie­scono a salire su un treno in corsa, ma Malika viene cat­tu­rata. Scesi avven­tu­ro­sa­mente dal treno in quella che si sco­prirà essere la città di Agra, davanti agli occhi di Jamal e Selim si dispiega improv­vi­sa­mente la visione del Taj Mahal; una bel­lezza assurda, si potrebbe dire “fuori scala”, vista la durezza delle scene pre­ce­denti. I due bam­bini comin­ciano a vivere di espe­dienti attorno alle attra­zioni del luogo, deru­bando i turi­sti o riven­dendo le scarpe lasciate dai visi­ta­tori all’ingresso del palazzo. In seguito a uno di que­sti furti, Jamal viene dura­mente pic­chiato, e men­tre si sta lavando le ferite nell’acqua di un fiume, sente una musica strana venire dai giar­dini del palazzo: noi lo sap­piamo, è il suono di un oboe accom­pa­gnato dagli archi; lui comin­cia comin­cia a seguirlo, e arriva in un luogo che dato il con­te­sto sem­bra quasi sur­reale: nei giar­dini si sta rap­pre­sen­tando uno spet­ta­colo d’opera all’aperto, fra le luci dei riflet­tori e le sce­no­gra­fie. Men­tre i suoi amici si arram­pi­cano sui tra­licci delle gra­di­nate per rubare le borse degli spet­ta­tori, lui si sof­ferma a guardare.

slumdog2

Quella che si vede è una grande scena infer­nale, coperta di fuoco e sol­cata da rivoli incan­de­scenti, con due per­sone al cen­tro, un uomo e una donna: lei sem­bra morta, lui la abbrac­cia. Ma ciò che col­pi­sce è quello che si sente: ter­mi­nato il pas­sag­gio dell’oboe, l’uomo comin­cia a can­tare, e le parole che intona sono di quelle che chi ama l’opera cono­sce molto bene: “Eury­dice, Eury­dice! Mor­tel silence! Vaine espé­rance! Quelle souf­france!”. È l’aria di Orfeo dal II atto dell’Orphée et Eury­dice di Gluck, la famosa “J’ai perdu mon Eury­dice”; l’oboe, anche se i titoli di coda non lo indi­cano, pro­viene da un’altra pagina mera­vi­gliosa, l’arioso “Quel nou­veau ciel”.

Ecco la melo­dia dell’oboe:

Audio clip: Adobe Flash Player (ver­sion 9 or above) is requi­red to play this audio clip. Down­load the latest ver­sion here. You also need to have Java­Script ena­bled in your browser.

ed ecco l’aria; la parte che si sente nel film è da 2:16

Audio clip: Adobe Flash Player (ver­sion 9 or above) is requi­red to play this audio clip. Down­load the latest ver­sion here. You also need to have Java­Script ena­bled in your browser.

Due tra i pas­saggi più pate­tici e pro­fondi dell’opera, incol­lati con molta astu­zia. L’inquadratura passa dal primo piano del viso pesto e incan­tato di Jamal a un fla­sh­back sul momento della sepa­ra­zione da Malika, il treno che corre, lei immo­bile che si fa sem­pre più lon­tana, e poi ancora lei, più grande, molto tempo dopo, che sor­ride alla sta­zione, in quel gioco di rimandi tem­po­rali incro­ciati che è una delle cose più belle di que­sto film.

slumdog41

Ecco che attra­verso pochi secondi di musica, Boyle for­ni­sce una chiave inter­pre­ta­tiva molto forte, e lo fa uti­liz­zando il codice sim­bo­lico del melo­dramma. Il desi­de­rio, il dolore e l’ostinazione di Orfeo, che per ria­vere Euri­dice attra­versa la palude infer­nale, sono quelli di Jamal; il suo canto, la sua prova di bra­vura, il gesto con cui com­muove il mondo è la par­te­ci­pa­zione a un quiz tele­vi­sivo. Ma l’aria di Orfeo non è solo di dolore: con­tiene il senso di colpa. Orfeo piange per­ché la sua curio­sità gli ha fatto per­dere di nuovo Euri­dice; doveva tenere gli occhi chiusi, non doveva guar­dare, doveva fidarsi. Jamal è fug­gito dai cri­mi­nali che lo sta­vano per acce­care; ha voluto sot­trarsi a un destino segnato per sem­pre, ha voluto cono­scere la vita, pas­sare attra­verso l’inferno del mondo per ricon­qui­stare dav­vero la libertà di Malika e la pro­pria. Il signi­fi­cato che poche note musi­cali sanno por­tare è cen­trale per la com­pren­sione del film, e curio­sa­mente viene uti­liz­zata un’opera del diciot­te­simo secolo; qual­cosa di appa­ren­te­mente lon­ta­nis­simo dall’ambientazione della vicenda. Ma volendo guar­dare, c’è anche di più.

Che il codice dell’opera barocca non sia in realtà poi così lon­tano da quello del cinema di Bol­ly­wood, è cosa che più di un regi­sta ci ha fatto sco­prire da tempo (vedi per esem­pio il famoso Giu­lio Cesare di David McVi­car). Ma anche senza abban­do­narsi all’accanimento inter­pre­ta­tivo, c’è un altro filo, chissà se del tutto casuale, che la pre­senza dell’aria di Gluck in quella scena porta con sé. Jamal fugge per evi­tare una muti­la­zione det­tata da esi­genze este­ti­che, pur se cri­mi­nali: il canto di un bam­bino cieco attira dieci volte di più ele­mo­sine, dice uno dei per­so­naggi. Gluck ha scritto quella melo­dia per Gae­tano Gua­da­gni, un castrato; la ver­sione del film, tut­ta­via, è quella pari­gina per tenore… Chissà se Boyle ci ha pen­sato. La distanza tra le cose spesso è una que­stione di punti di vista; a volte sem­bra incre­di­bile, ma l’opera sa ancora offrirne uno cen­trale e pri­vi­le­giato rispetto a buona parte del nostro immaginario.


Le imma­gini sono tutte foto­grammi del film. I due brani musi­cali sono tratti dall’edizione dell’Orphée et Eury­dice di C.W. Gluck uti­liz­zata anche da Boyle per la colonna sonora. Si tratta dell’esecuzione diretta da Hans Rosbaud, con Leo­pold Simo­neau, Suzanne Danco e l’Orchestre des Con­certs Lamou­reux (Phi­lips 1956). La ver­sione dell’opera è quella di Parigi del 1774, con Orfeo inter­pre­tato da un tenore (e Simo­neau nella parte è una vera lezione di stile e fra­seg­gio, anche se lon­tana anni luce dalle ver­sioni filo­lo­gi­che di oggi).

Leave a Comment

Previous post:

Next post: