Take Care of This House

20 gennaio 2009

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“1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue” non è solo l’indirizzo della casa che da oggi avrà come nuovi inqui­lini Barak Obama e fami­glia: è anche il titolo della meno cono­sciuta e rap­pre­sen­tata fra le opere di Leo­nard Bern­stein. Non viene rap­pre­sen­tata per­ché non si può: la Bern­stein Foun­da­tion, che rac­co­glie l’eredità del grande Lenny, lo proi­bi­sce; e lo proi­bi­sce per­ché così volle Leo­nard, quando lo spet­ta­colo, un musi­cal, l’8 mag­gio del 1976 chiuse i bat­tenti dopo sol­tanto 7 recite, mas­sa­crato dalla cri­tica e deriso dal pub­blico. Durante le 13 “ante­prime”, con­scio del fatto che la debo­lezza fosse da adde­bi­tarsi soprat­tutto al libretto di Alan Jay Ler­ner, Bern­stein chiamò al capez­zale del suo spet­ta­colo tutti i migliori amici, Jerome Rob­bins com­preso, che furono con­cordi nel con­si­de­rarlo irre­cu­pe­ra­bile. Si potrebbe dire che 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue sia stata la più grande delu­sione della car­riera di Bern­stein; eppure fu anche l’opera per la quale, in asso­luto, scrisse più musica: più di Can­dide, più di A Quiet Place. Se si vuole cono­scere la sto­ria di que­sto sfor­tu­nato musi­cal, si può leg­gere il suc­cinto ma pre­ciso arti­colo di wikipedia.

Il libretto è un intrico di plot e sub­plot, il cui filo prin­ci­pale era defi­nito dal curioso sot­to­ti­tolo: “A musi­cal about the pro­blems of hou­se­kee­ping”, dove la “cura della casa” (hou­se­kee­ping), visto di quale casa si tratta, assume tutta una serie di signi­fi­cati poli­tici e sati­rici. In que­sto filo nar­ra­tivo prin­ci­pale sono rap­pre­sen­tati 12 pre­si­denti degli Stati Uniti, da George Washing­ton a Theo­dor Roo­se­velt (dun­que dalla fine del Set­te­cento ai primi del Nove­cento), ognuno con una pro­pria par­ti­co­lare scena. C’è dun­que il boz­zetto par­la­men­tare, con Washing­ton e i dele­gati del Con­gresso che discu­tono su quale dovesse essere la capi­tale degli Stati Uniti, poi John Adams e con­sorte, quindi Jef­fer­son che orga­nizza un lucul­liano pranzo uffi­ciale, Madi­son che fugge e gli inglesi che ten­tano di dare fuoco alla Casa Bianca (1812), James Mon­roe e la moglie che non rie­scono a pren­dere sonno e discu­tono di schia­vitù, e così via, fino all’augurio che Roo­se­velt porge al nuovo secolo. Dal punto di vista musi­cale, ogni situa­zione è un diverso pezzo di bra­vura: arie liri­che, duetti, ter­zetti, con­cer­tati, cori, pezzi da ballo con finta musica otto­cen­te­sca, una Min­strel parade jaz­zi­stica, blues e via dicendo; si prenda per esem­pio lo stre­pi­toso tour de force di un duetto per il soprano solo che si svolge durante il giu­ra­mento di Ruther­ford Hayes (1877), dove la stessa can­tante alterna velo­ce­mente le emo­zioni della moglie del pre­si­dente uscente Grant e di quella dell’eletto Hayes, la prima che impaz­zi­sce di rab­bia per il potere per­duto e di invi­dia per la seconda, che invece conta i secondi che la sepa­rano dal diven­tare final­mente First Lady. Nono­stante il fia­sco, si tratta di un Ber­stein in gran forma.

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Accanto a que­sto primo filo nar­ra­tivo, soprat­tutto nella prima parte, se ne intrec­cia un secondo che ritrae la vita dei due dome­stici neri della Casa Bianca, Lud e Seena, dalla gio­ventù alla vec­chiaia, e attra­verso la loro sto­ria (i due si inna­mo­rano, si spo­sano, si con­fron­tano con i diversi pre­si­denti) il pro­blema della schia­vitù e poi dei diritti dei neri. A tutto que­sto si aggiunge un terzo filo nar­ra­tivo, molto di moda all’epoca e oggi piut­to­sto demodè: le discus­sioni della com­pa­gnia di attori e can­tanti che sta pro­vando l’opera, e che ogni tanto si ferma per ana­liz­zare le que­stioni poli­ti­che e sociali col­le­gate. Insomma, una trama forse inu­til­mente intri­cata per un totale di più di quat­tro ore di spet­ta­colo. Troppo sia per il pub­blico sia per la critica.

Dopo la morte di Bern­stein, pur rima­nendo il veto alla rap­pre­sen­ta­zione (credo che un solo alle­sti­mento, nel 1992, superò que­sta cen­sura), dallo spet­ta­colo fu rica­vata una Can­tata di 80 minuti circa, che cuciva insieme i numeri musi­cali più belli, eli­mi­nando total­mente il sub­plot di “tea­tro nel tea­tro”: A White House Can­tata. Nel 1998 Kent Nagano la incise per la Deu­tsche Gram­mo­phon, con una com­pa­gnia di canto (Tho­mas Hamp­son, June Ander­son, Bar­bara Hen­dricks ecc.) che spo­stava deci­sa­mente in ambito lirico il sound e l’impostazione gene­rale dell’opera, man­te­nendo tut­ta­via l’orchestrazione ori­gi­nale del musi­cal. È solo da quell’incisione che oggi ci si può fare un’idea di quali perle con­te­nesse 1600 Penn­syl­va­nia Ave­nue, e di quanto var­rebbe la pena di risco­prirla. Alcuni numeri della par­ti­tura ori­gi­nale furono tra­pian­tati da Bern­stein in altri lavori, altri riu­sci­rono a soprav­vi­vere nono­stante il veto.

Fra que­sti ultimi, la bel­lis­sima aria di Abi­gail Adams, la moglie del secondo pre­si­dente, che rivol­gen­dosi al dome­stico ancora bam­bino gli rac­co­manda di pren­dersi cura della Casa anche quando loro non ci saranno più: “Care for this house | It’s the hope of us all”. Un song sofi­sti­cato, pieno di quel senso di feli­cità e faci­lità inven­tiva che è la gran­dezza di Bern­stein, ma che lo con­dan­nerà per sem­pre agli occhi della cri­tica più bacchettona.

Melo­dia, armo­nia, ritmo e reto­rica: dif­fi­cile pen­sare a qual­cosa di più ame­ri­cano di “Take Care of This House”: Fre­de­rica Von Stade, sotto la dire­zione di Bern­stein, la cantò nel con­certo dell’“Inauguration Day” di Jimmy Car­ter, 32 anni fa esatti esatti. Oggi il mar­ke­ting del sogno di Obama ha richie­sto ben altro con­certo, ma per il grande amore che tutti (spero) por­tiamo al grande Lenny, può essere di ottimo auspi­cio rin­no­vare oggi l’invito di Abi­gail, con tutto il cuore: take care of this house, Barak. Dato l’inquilino pre­ce­dente, ne ha molto bisogno.

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“Take Care of This House”, June Ander­son (sop.), Vic­tor Acquah (v. bianca), da L. Bern­stein, A White House Can­tata, Lon­don Sym­phony Orche­stra, Lon­don Voi­ces, dir. Kent Nagano. Deu­tsche Gram­mo­phon 463 448–2.

Foto in alto: Bern­stein a metà degli anni ’70, © Ber­nice Perry.

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